Gli Antwerp Six, il «mito che non ha mai smesso di vivere»

Romy Cocx, curatrice della nuova mostra al MoMu, torna sulla storia degli Antwerp Six e racconta come una collaborazione effimera sia diventata un mito duraturo della moda.

Moda
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La verità sugli Antwerp Six è che non erano mai davvero destinati a essere gli “Antwerp Six”.

La storia, per come viene raccontata, inizia con un furgone. Sei giovani designer, Ann Demeulemeester, Dries Van Noten, Walter Van Beirendonck, Dirk Bikkembergs, Dirk Van Saene e Marina Yee, caricano le loro collezioni nel retro e partono per Londra nel 1986.

Arrivano al British Designer Show e si ritrovano relegati al secondo piano, da qualche parte tra abiti da sposa e latex. Così stampano dei volantini, li distribuiscono a mano e – dopo un grande ordine da Barneys New York – cambiano la moda contemporanea. È una storia perfetta. Ma, come la maggior parte delle storie perfette, nasconde tanto quanto rivela.

La nuova mostra di MoMu, The Antwerp Six, che celebra i 40 anni da quella svolta londinese, sceglie di abitare proprio gli spazi vuoti. Celebra quell’istante, ma allo stesso tempo ne smuove i margini – interrogandosi su che cosa, esattamente, siano mai stati gli Antwerp Six, fin dall’inizio.

“Gli Antwerp Six non sono mai davvero esistiti nel modo in cui ce li immaginiamo”, racconta la curatrice Romy Cockx. “Si sono conosciuti all’Academy, ma quando sono andati insieme a Londra, sono stati solo tre anni in cui hanno davvero presentato come gruppo. È una sorta di mito che ha continuato a vivere.”

Quello che ne deriva non è tanto una riscrittura della storia quanto un suo riposizionamento. Perché, sebbene il termine sia diventato un modo rapido per definire un preciso momento della moda, non è mai stato qualcosa che i designer abbiano voluto codificare loro stessi.

Il nome, com’è noto, lo coniò la stampa britannica, in parte per necessità, in parte per comodità. I loro percorsi individuali erano distinti, le loro estetiche divergenti. Ciò che li teneva insieme era qualcosa di molto più pratico: la vicinanza, l’amicizia e un bisogno condiviso di visibilità.

Quel pragmatismo è fondamentale. La decisione di presentare a Londra non nasce da un manifesto, ma dalla logistica. Potevano condividere un furgone. Dividersi i costi. Amplificare la propria presenza. Come sintetizza Cockx, si “rafforzavano a vicenda”, pur sviluppando linguaggi creativi completamente diversi.

Se c’è qualcosa che la mostra sembra affermare è che gli Antwerp Six siano stati più un momento che un movimento – un breve allineamento di sei individui, ognuno con il proprio percorso, le proprie ambizioni, la propria voce.

Per comprendere quel momento, la mostra allarga il campo, collocando i designer all’interno del paesaggio culturale ed economico della fine degli anni ’70 e dei primi ’80. La moda stava cambiando rapidamente. I codici consolidati della couture parigina venivano messi in discussione da una nuova generazione, dagli eccessi teatrali di Jean Paul Gaultier e Thierry Mugler e dalla decostruzione concettuale di Rei Kawakubo e Yohji Yamamoto.

Nel frattempo, anche Anversa viveva una propria trasformazione. Città con una solida industria tessile ma una scarsa identità moda a livello internazionale, diventa un incubatore inatteso per una nuova forma di creatività, modellata dall’arte, dalla vita notturna e da un approccio al design dichiaratamente indipendente.

Ciò che emerge dalla mostra non è una narrazione unica, bensì una rete di influenze. La Royal Academy of Fine Arts, dove tutti e sei hanno studiato sotto la guida di Mary Prijot, ha favorito un ambiente che metteva l’individualità al di sopra di tutto. Questo accento sulla differenza si riflette nella scenografia della mostra. Invece di presentare i Six come un blocco compatto, a ciascun designer è dedicato uno spazio proprio, un’installazione che racconta la sua pratica personale. L’effetto è volutamente scomposto e resiste alla tentazione di smussare le contraddizioni o di imporre una coerenza dove non esiste in modo naturale.

Perfino il processo di costruzione della mostra rispecchia questa frammentazione. Come racconta Cockx, le conversazioni con i designer hanno fatto emergere vuoti di memoria, piccoli dettagli che non coincidevano, momenti ricordati in modo diverso. Quarant’anni dopo, la storia non è più singolare, ma plurale.

Così l’approccio curatoriale è diventato un lavoro di montaggio. Alle interviste si sono sovrapposti materiali d’archivio sotto forma di fotografie, inviti e documenti. Alcuni pezzi sono stati recuperati in soffitte caotiche, altri in archivi meticolosamente conservati.

La mostra, invece, accoglie questo grado di ambiguità e l’idea che gli Antwerp Six siano meno un’entità fissa che un concetto in continua evoluzione.

Detto questo, la mostra non ridimensiona affatto la portata del loro impatto. Se gli Antwerp Six non sono stati un movimento in senso tradizionale, sono stati comunque un elemento catalizzatore. Il loro successo ha contribuito a riposizionare il Belgio sulla mappa globale della moda, trasformando Anversa in una meta per la formazione nel design e attirando una nuova generazione di studenti internazionali.

La loro eredità, quindi, non si lascia ridurre facilmente a un insieme di principi estetici. È infrastrutturale, culturale, radicata nei sistemi che hanno contribuito a plasmare, più che nelle silhouette che hanno creato.

Forse è proprio questo a rendere la mostra particolarmente potente oggi. In un’industria che si affida spesso a narrazioni lineari e identità facilmente digeribili, c’è qualcosa di liberatorio in una storia che resiste alla semplificazione.

Gli Antwerp Six non erano mai davvero destinati a essere gli Antwerp Six. Erano sei designer che lavoravano fianco a fianco, destreggiandosi in un’industria in trasformazione con un mix di istinto, pragmatismo e ferma convinzione.

Il fascino quasi mistico della storia, naturalmente, resta. Il furgone, i volantini, lo stand al secondo piano. Ma qui, nella nuova mostra, tutto questo convive con una realtà più complessa, che non guarda solo a ciò che è accaduto, ma anche a come e perché lo ricordiamo così.

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Questo articolo è stato tradotto automaticamente dall'inglese.
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Alice Morby Managing Editor, Hypeform

Alice Morby is a writer and editor based in London. She has spent the past decade writing for some of the world’s leading design and architecture magazines. Alice previously held editor positions at both Dezeen, and Wallpaper*, and has had bylines in major publications including Domus, The Spaces, Design Anthology, and The Guardian. At Hypebeast, she leads on all content relating to design and architecture, and grew the platform's first dedicated design vertical Hypeform.

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