Duane "Keffe D" Davis riconosciuto colpevole dell'omicidio di Tupac Shakur nel 1996
Davis non è mai stato accusato di aver sparato, ma la legge del Nevada ha permesso alla giuria di condannarlo per aver orchestrato l’agguato.
Duane “Keffe D” Davis, 63 anni, ex figura di spicco delle gang di Compton a lungo collegato alla morte di Tupac Shakur, è stato riconosciuto colpevole di omicidio di primo grado per l’uccisione del rapper nel 1996, chiudendo un capitolo rimasto aperto per quasi tre decenni. Lunedì, al termine di un processo durato circa due settimane, una giuria di Las Vegas ha emesso il verdetto di colpevolezza, risolvendo in poche ore un mistero rimasto senza incriminazioni fin dalla notte in cui Shakur fu colpito a morte.
La giuria, composta da dieci donne e sei uomini, ha riconosciuto Davis colpevole di omicidio di primo grado con l’uso di un’arma letale, con l’aggravante del legame con una gang. Non è mai stato accusato di aver premuto il grilletto. In base alla legge del Nevada, chi contribuisce a compiere un omicidio può essere ritenuto responsabile quanto chi spara, e l’accusa ha fatto leva proprio su questo principio, presentando Davis come l’uomo che aveva orchestrato l’agguato, non quello che aveva aperto il fuoco. Resta l’unica persona mai incriminata nel caso e, secondo la ricostruzione dell’accusa, l’unico occupante ancora in vita dell’auto da cui partirono i colpi.
Al centro dell’accusa c’era una storia di vendetta. I procuratori della contea di Clark hanno descritto Davis come un capo dei South Side Compton Crips, deciso a colpire Shakur dopo l’aggressione subita quella stessa notte dal nipote. Gran parte del caso non si fondava su prove forensi, ma sulle parole dello stesso Davis, che per anni ha raccontato il proprio ruolo in interrogatori di polizia, interviste e in un memoir del 2019, arrivando a definirsi, a un certo punto, il comandante sul campo dell’operazione.
La difesa di Davis ha contestato proprio questo impianto, sostenendo che le millanterie di decenni fa non sono una prova. L’avvocato Michael Sanft ha invitato i giurati ad assolverlo, definendola «l’unica decisione sensata in questo caso». Dopo aver ascoltato circa due dozzine di testimoni dell’accusa contro tre della difesa, la giuria ha impiegato solo poche ore per dissentire.
In aula si percepiva tutto il peso del momento. La sorella di Shakur, Sekyiwa “Set” Shakur, è scoppiata in lacrime mentre veniva letto il verdetto, mentre il figlio di Davis si è coperto il volto. Davis, rimasto in piedi in silenzio mentre veniva pronunciata la decisione, ha poi alzato un pugno verso il pubblico mentre usciva dall’aula. La giudice distrettuale Carli Kierny ha disposto che resti in custodia fino alla sentenza del 13 ottobre, quando rischia l’ergastolo. I suoi avvocati hanno già annunciato l’intenzione di ricorrere in appello.
Il verdetto ha un’eco che va ben oltre un’aula di tribunale del Nevada. Shakur, che aveva 25 anni quando fu ucciso nei pressi della Las Vegas Strip, è ricordato come uno degli artisti più influenti che il genere abbia mai espresso, e la sua morte è stata analizzata da fan, investigatori e teorici del complotto da allora. Il processo si è inserito in pieno nella mitologia dello scontro tra East Coast e West Coast di quegli anni, una rivalità che opponeva schieramenti concorrenti in una lotta per il predominio nella scena sonora allora definita gangsta rap. Il nome di The Notorious B.I.G. è emerso più volte nel procedimento, a ricordare quanto le due morti restino strettamente intrecciate nella memoria collettiva della cultura hip hop.
La sentenza per Davis è fissata per il 13 ottobre, quando un tribunale di Las Vegas deciderà come si dipanerà il resto della sua vita alla luce di un verdetto maturato in quasi 30 anni.



















