Arthur Jafa e il peso di un’immagine

arthur jafa i am tony new museum exhibition artworks films scans
Keith Estiler/ Hypebeast
arthur jafa i am tony new museum exhibition artworks films scans
Keith Estiler/ Hypebeast
arthur jafa i am tony new museum exhibition artworks films scans
Keith Estiler/ Hypebeast
arthur jafa i am tony new museum exhibition artworks films scans
Keith Estiler/ Hypebeast
arthur jafa i am tony new museum exhibition artworks films scans
Keith Estiler/ Hypebeast
arthur jafa i am tony new museum exhibition artworks films scans
Keith Estiler/ Hypebeast
arthur jafa i am tony new museum exhibition artworks films scans
Keith Estiler/ Hypebeast
arthur jafa i am tony new museum exhibition artworks films scans
Keith Estiler/ Hypebeast
arthur jafa i am tony new museum exhibition artworks films scans
Keith Estiler/ Hypebeast
arthur jafa i am tony new museum exhibition artworks films scans
Keith Estiler/ Hypebeast
arthur jafa i am tony new museum exhibition artworks films scans
Keith Estiler/ Hypebeast

Sommario

'Arthur Jafa: I Am Tony' sarà in programma dal 24 settembre 2026 al 3 gennaio 2027 al New Museum di New York.

Articolata su due piani, la retrospettiva riunisce i film, la fotografia, la scultura, la pittura e i raccoglitori d’archivio di Jafa, ripercorrendo come la giustapposizione, la cultura visiva Black e la circolazione delle immagini abbiano plasmato la sua pratica.

La prima volta che ho visto “Love Is the Message, The Message Is Death” di Arthur Jafa è stato nel novembre 2016, alla Gavin Brown’s Enterprise di Harlem, pochi giorni dopo le elezioni presidenziali. Nella sala risuonava “Ultralight Beam” di Kanye West, mentre Jafa faceva scorrere immagini della vita nera a un ritmo quasi incalzante, che lasciava appena il tempo di soffermarsi su ciascuna. Filmati di famiglia, atleti, musicisti, violenza della polizia, volti celebri, persone che non riconoscevo.

Ricordo più la sensazione di una singola immagine. Il film aveva una strana tensione, un continuo gioco di attrazione e repulsione: qualcosa di bello accanto a qualcosa di brutale, qualcosa di intimo accanto a immagini tratte dalla televisione. Durava appena pochi minuti, ma mi è rimasto dentro. Ho ripensato a quell’esperienza il 22 settembre, attraversando l’anteprima stampa di Arthur Jafa: I Am Tony al New Museum.

Distribuita tra il terzo e il quarto piano del museo, la mostra è la prima retrospettiva museale statunitense di Jafa a riunire l’intero spettro della sua pratica, dal film e dalla fotografia alla scultura, alla pittura e all’installazione. Il titolo si ispira all’influentissimo batterista jazz Tony Williams; accanto a opere come “Love Is the Message” e “The White Album”, l’esposizione presenta lavori più recenti e inediti.

Tra i nuclei su cui mi sono soffermato più a lungo ci sono i raccoglitori. Densissimi di immagini che Jafa ha collezionato negli anni: fotografie di famiglia anonime, ritagli di riviste, pubblicità, scansioni di copertine di album e materiali storici. Marvin Gaye, MF DOOM, ritratti che sembrano familiari sul piano culturale e altri che paiono riesumati da una capsula del tempo.

In una doppia pagina, un ritaglio pubblicitario degli pneumatici Goodyear stava accanto a un antico totem africano. Altrove, una fotografia di famiglia dall’aria privata condivideva lo stesso campo visivo con una celebrità. Jafa raccoglie immagini ritagliate fin da giovane, molto prima dei lavori sull’immagine in movimento che lo hanno reso noto al grande pubblico. Vedere questa abitudine dispiegarsi materialmente, pagina dopo pagina, mi ha fatto capire quanto la sua pratica ruoti attorno al posizionamento. Non necessariamente al simbolismo, né sempre a qualche legame nascosto da decifrare. Eppure, accostando un’immagine all’altra si crea una particolare tensione, che si avverte spesso in I Am Tony.

Opere, film e scansioni della mostra I Am Tony di Arthur Jafa al New Museum

Keith Estiler/Hypebeast

Opere, film e scansioni della mostra I Am Tony di Arthur Jafa al New Museum

Keith Estiler/Hypebeast

Opere, film e scansioni della mostra I Am Tony di Arthur Jafa al New Museum

Keith Estiler/Hypebeast

Opere, film e scansioni della mostra I Am Tony di Arthur Jafa al New Museum

Keith Estiler/Hypebeast

Opere, film e scansioni della mostra I Am Tony di Arthur Jafa al New Museum

Keith Estiler/Hypebeast



C’è “akingdoncomethas”, la sua compilazione del 2018 di sermoni, performance e filmati attinti alla cultura della chiesa nera. “La Scala”, anch’esso del 2018, mostra Jafa nei panni di Mary Jones, una sex worker nera nella New York del XIX secolo. Poi c’è “AGHDRA”, che visivamente si discosta quasi del tutto dalle sue composizioni più vicine al collage: qui mette in scena un oceano nero creato in digitale, inquietantemente rilassante e come uscito da un rassicurante videogioco di simulazione di vita.

I lavori più recenti spingono ulteriormente questo linguaggio, tra cui “BEN GAZARRA”, la sua rielaborazione del violento finale di Taxi Driver di Martin Scorsese, oltre a dipinti di grandi dimensioni e nuovi lavori sull’immagine in movimento che colpiscono nel segno e invitano a uno sguardo più prolungato.

Nei film più recenti, mi ha colpito quanto parte del materiale fosse familiare. TikTok, video girati con il telefono, giocatori di ruolo dal vivo in stile goth, frammenti casuali di cultura internet che si potrebbero facilmente scorrere e dimenticare dopo cinque secondi. Dentro il museo, però, non puoi davvero passarci oltre come faresti sul telefono. Un video che di solito svanirebbe nel feed resta lì abbastanza a lungo da farti chiedere perché Jafa l’abbia scelto, che cosa ci hai notato e che cosa potresti aver ignorato la prima volta.

Mi è sembrato particolarmente interessante perché internet, oggi, è molto diverso da quello che esisteva quando “Love Is the Message” è uscito nel 2016. Anche allora eravamo già sommersi dalle immagini, ma oggi il ritmo appare ancora più travolgente. Filmati di guerra, meme, videoclip, foto di famiglia, pubblicità, violenza e sconosciuti che riprendono se stessi possono comparire tutti nello stesso minuto.

Il lavoro di Jafa ha sempre avuto senso dentro questo genere di collisione. I suoi film attraversano immagini della vita dei neri americani già passate dai media d’informazione, dalla televisione o dalle piattaforme social, ma le accosta alla musica, allo sport, a momenti familiari, alla danza e a tutti quei gesti minori che sembrano molto più intimi.

«La vita nera può essere celebrata, copiata, osservata, temuta e consumata allo stesso tempo. Il suo lavoro non prova davvero a districare tutto questo.»

Il New Museum descrive Jafa come un artista che «spesso colloca la crescente consapevolezza del Paese rispetto alla storia della violenza istituzionale diretta contro la comunità nera sullo sfondo dell’ascesa della cultura, della musica e dell’intrattenimento neri nell’identità nazionale americana». Questa tensione c’è senz’altro, ma dal vivo il lavoro sembra meno un’argomentazione avanzata da Jafa che una condizione, o un tema, a cui torna costantemente. La vita nera può essere celebrata, copiata, osservata, temuta e consumata allo stesso tempo. Il suo lavoro non sembra voler districare tutto questo.

In interviste recenti, Jafa ha descritto la mostra come qualcosa di più vicino a un disco o a un DJ set che a una retrospettiva tradizionale. Percorrendola, l’ho capito. Alcune immagini arrivano subito, altre ti restano addosso e riaffiorano in seguito. Quando ho lasciato il New Museum, ripensavo a Harlem nel 2016 e a quanto diversamente le immagini circolino oggi nel mondo. Sono in quantità travolgente, si muovono più in fretta e probabilmente la maggior parte di noi dedica meno tempo a ciascuna. Vedere lo stesso tipo di immagini ingrandito su uno schermo museale può anche conferire loro una sfumatura leggermente distopica, soprattutto quando tanta parte di esse proviene già dallo scorrimento infinito.

Ciò che continua a interessare Jafa, però, sembra essere cosa accade quando ci si ferma davvero a dedicare tempo a un’immagine. C’è una vulnerabilità in questo e, sì, anche molto disagio. Arthur Jafa: I Am Tony apre al pubblico il 24 settembre al New Museum di New York e resterà visitabile fino al 3 gennaio 2027.

New Museum
235 Bowery
New York, NY 10002

Keith Estiler Managing Editor, Hypeart

Keith Estiler is a New York-born curator, writer, and the Managing Editor of Hypeart, the contemporary art arm of Hypebeast. Based in NYC, Keith heads up editorial strategy at the intersection of contemporary art and culture, capturing the icons and outliers of both the local and international scenes. He has curated exhibitions worldwide, dedicated to championing the emerging voices and subcultures currently redefining contemporary visual culture.

0 Commenti Sii il primo a commentare
 

Stai provando il nuovo sito beta

Condividi il tuo feedback con noi, ci aiuterà a migliorarlo per te.