Sommario
'State of Art' è una nuova serie di HypeArt che invita artisti, curatori, collezionisti e altre voci di riferimento a intervenire su idee, dibattiti e cambiamenti culturali che stanno ridefinendo l’arte contemporanea. Attraverso domande intime e consigli personali, la serie offre uno sguardo ravvicinato su ciò che sta animando il mondo dell’arte, su ciò che deve cambiare e sulla direzione verso cui potremmo essere diretti.
Kenny Schachter non è mai stato facile da incasellare, ed è proprio questo, in gran parte, il punto. Artista, scrittore, curatore, docente e collezionista, da oltre trent’anni produce opere e al tempo stesso racconta, critica e talvolta provoca il mondo dell’arte che lo circonda. I suoi scritti si sono distinti soprattutto per la capacità di trasformare l’accesso privilegiato di chi ne fa parte in un commento tagliente, spesso autoironico, sulle personalità, il denaro e le assurdità che animano il mercato dell’arte contemporanea.
Per quanto rumore faccia attorno al settore, il rapporto di Schachter con l’arte resta però sorprendentemente sincero. Paul Thek ne è un esempio emblematico. Il suo interesse per il compianto artista americano dura da decenni: ne colleziona le opere, ha contribuito a Paul Thek: Artist’s Artist e ha curato mostre a lui dedicate, l’ultima nel 2025, insieme a Jonathan Anderson, alla Thomas Dane Gallery di Londra.
Non sorprende, dunque, che Thek torni più volte nelle risposte di Schachter alla nostra ultima conversazione State of Art, compreso un piccolo dipinto scoperto per la prima volta negli anni Novanta e che ancora non riesce a togliersi dalla testa. Schachter anticipa anche il suo ritorno in galleria, previsto per l’autunno, riflette su cosa serva per continuare a creare quando il mondo dell’arte si fa duro e rivolge un consiglio, lapidario e nel suo stile, a chi passa troppo tempo a lamentarne lo stato attuale: smettete di lamentarvi e fate di più.
Leggete l’intervista integrale qui sotto.
Qual è la mostra della prima metà dell’anno a cui non riesci più di smettere di pensare?
Paul Thek alla Galerie Buchholz di New York.
Quest’anno c’è stata un’opera che ti ha fatto provare qualcosa di autentico, o ti è sembrato tutto un po’ piatto?
Nessuna opera mi lascia indifferente. Tutta l’arte mi smuove fin nel midollo, bella, brutta o orrenda che sia. O peggio.
A colpirmi fino alle ossa è stato invece «Bread and Buttocks» (1979–80) di Paul Thek, alla Buchholz: raffigura proprio ciò che suggerisce il titolo, ovvero una porzione di torso maschile e una fetta di pane dipinti a olio su tela. L’opera è di piccolo formato: alla cornice antica dorata è fissata una graziosa lampada da quadro sporgente, mentre davanti è collocata una seggiolina scolastica per bambini, da cui osservare il minuscolo dipinto. Dimostra una volta per tutte che le dimensioni contano meno di ciò che se ne fa.
Ho incontrato il dipinto per la prima volta alla retrospettiva di Thek del 1995, The Wonderful World That Almost Was, a Rotterdam, e poi di nuovo al Whitney nel 2010. Mi hanno colpito la composizione colorata, il gioco di parole e l’accostamento tra frammenti di astrazione e figurazione.
Pur definendo questa serie volutamente «brutta», in risposta a ciò che vedeva accadere nella New York dell’epoca — quando artisti come Julian Schnabel e Francesco Clemente dipingevano in grande e in brutto, non in senso positivo, e dominavano la scena —, trovo che la risposta di Thek sia fottutamente magistrale.
Qual è una mostra che hai già segnato in agenda per il resto dell’anno, e perché?
Non per fare troppo il maiale, ma la mia prossima mostra, This Is It, alla Alex Berns gallery di Tribeca, a New York, in programma per novembre. Presenterò nuove sculture, oltre a fotografie e materiali d’archivio dei primi anni Novanta.
«Ogni anno in cui sono vivo, lucido e mi posso muovere è un grande anno per l’arte.»
Se dovessi dare oggi un voto in pagella al mondo dell’arte del 2026, quale sarebbe e perché?
Ogni anno in cui sono vivo, lucido e mi posso muovere è un grande anno per l’arte. Il resto della mia vita è un’altra storia, ma sarai felice di sapere che non ne parlerò ora.
Qual è una tendenza della scena artistica che vorresti veder sparire e una di cui, invece, vorresti vederne di più?
Smettetela di lamentarvi e fate di più.
Se dovessi riassumere il mondo dell’arte di oggi in esattamente tre parole, quali sarebbero?
Duro. Tenete duro. (Oppure fatevi internare. Potrebbe essere la scelta più facile.)
Se stasera potessi prendere un drink o cenare con un artista qualsiasi, vivo o morto, chi sceglieresti e qual è la prima cosa che gli chiederesti?
Per me la risposta ovvia è Paul Thek, un’ossessione che dura da oltre trent’anni. Tra le altre cose, ho curato mostre sull’artista alle gallerie Thomas Dane e Pace e ho scritto di lui per MIT Press.
La prima cosa che gli chiederei è: come hai fatto a lavorare in modo così prodigioso e profondo per tanto tempo? Soprattutto perché ne sono dannatamente geloso!