“Backrooms” sta riscrivendo le regole dell’horror
Come una singola fotografia ha cambiato per sempre il nostro rapporto con la paura.
L’horror è da sempre abilissimo con i mostri. Storicamente, molto meno con l’angoscia senza una causa precisa: quel disagio particolare di ritrovarsi in un luogo sbagliato senza sapere come ci si è arrivati né che cosa, esattamente, stia per raggiungerci. Backrooms colma questa lacuna e, così facendo, è diventato silenziosamente uno dei cambiamenti più significativi nel modo in cui il genere si declina da anni a questa parte.
Le origini di questo blockbuster sono quasi imbarazzantemente semplici. Tutto è iniziato con una singola fotografia caricata su 4chan nel 2019: una stanza vuota, luci fluorescenti, carta da parati gialla come denti ingialliti, moquette da ufficio di metà Novecento che nessuno pulisce dal 1987. La didascalia descriveva ciò che si vede quando si «esce dalla realtà facendo noclip». Quell’immagine non avrebbe dovuto generare tutto questo. Eppure è diventata il seme di un’intera mitologia collaborativa, costruita nei commenti, nei forum e nei video su YouTube da persone che non si erano mai incontrate, tutte concordi sulle regole di un luogo che non esiste.
Kane Pixels, un adolescente con una videocamera e un software di montaggio, ha preso quella mitologia e l’ha trasformata in una serie found footage che ha ormai totalizzato centinaia di milioni di visualizzazioni. Il genio del suo approccio sta nella misura. Nei suoi film, Backrooms non fa rumore. Non ci sono jump scare costruiti per farti rovesciare il bicchiere. L’orrore nasce dal ronzio delle luci fluorescenti, dalla percezione della scala, dall’idea di qualcosa appena fuori campo che osserva da prima ancora che ci si accorga della sua presenza. È un cinema che sa usare l’atmosfera come un’arma.
A distinguere Backrooms dall’horror precedente è il luogo in cui risiede l’ansia. L’horror tradizionale esteriorizza la paura: c’è qualcosa, quel qualcosa vuole farti del male, e tu corri. Backrooms la interiorizza. Il terrore è spaziale e psicologico, radicato nella sensazione di trovarsi in un posto che dovrebbe essere familiare ma è stato privato di ogni segnale che rende sicuri gli spazi conosciuti. Non ci sono uscite, né altre persone, né cielo, né tempo atmosferico. Solo il ronzio, il giallo e l’impressione che la geometria sia leggermente sbagliata, in un modo che non si riesce a nominare. Chiunque si sia svegliato disorientato, alle tre di notte, in una stanza sconosciuta conosce la qualità precisa di quella sensazione; Backrooms ha capito come prolungarla quanto vuole.
Ha cambiato anche chi può fare horror. L’universo di Backrooms è davvero collaborativo: centinaia di persone, su piattaforme diverse, vi aggiungono livelli, regole ed entità che la comunità accoglie o respinge collettivamente. Nessuno studio gli ha dato il via libera. Nessun distributore ha deciso che fosse commercialmente sostenibile. Esiste perché le persone hanno trovato qualcosa in quella fotografia e non sono più riuscite a smettere di pensarci.
È proprio questo l’aspetto che l’industria tradizionale sta ancora cercando di capire come replicare. Backrooms non è nato da una presentazione. È nato da una sensazione precisa, difficile da articolare, che una sola immagine è riuscita a far affiorare. La maggior parte dell’horror sogna una risonanza simile per tutta la sua esistenza. Backrooms l’ha trovata quasi per caso su un imageboard anonimo, e il genere non è ancora riuscito a stargli dietro.
Backrooms è ora disponibile sul pluripremiato sistema di intrattenimento di bordo di Cathay Pacific.



















