Anne-Laure Lemaitre vuole che l’arte occupi più spazio

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Anne-Laure Lemaitre curator state of art hypeart spotlight installation exhibition artwork sculpture painting
Courtesy of Anne-Laure Lemaitre

Sommario

'State of Art' è una nuova serie di HypeArt che invita artisti, curatori, collezionisti e altre voci autorevoli a intervenire su idee, dibattiti e cambiamenti culturali che stanno ridefinendo l’arte contemporanea. Attraverso domande intime e consigli personali, la serie offre uno sguardo ravvicinato su ciò che entusiasma il mondo dell’arte, su ciò che deve cambiare e sulla direzione verso cui potremmo essere diretti.

Anne-Laure Lemaitre si interessa da tempo a ciò che accade quando all’arte si concede più spazio per muoversi.

Di base a New York, la curatrice è specializzata in progetti site-specific di grande scala e divide il suo tempo tra consulenze per una varietà di clienti, comprese aziende Fortune 500, e la gestione di programmi curatoriali incentrati su artisti emergenti. Anziché considerare l’architettura come uno sfondo, il suo lavoro esplora spesso il modo in cui un’opera possa dialogare con lo spazio circostante, occuparlo e trasformarlo.

Non stupisce, quindi, che due delle mostre che più le sono rimaste impresse quest’anno si siano svolte ben lontano dal modello tradizionale della galleria. Una si è tenuta in un ufficio vuoto a Brooklyn, l’altra ha occupato sei piani di un edificio a Jersey City. Per Lemaitre, il loro interesse non risiedeva soltanto nelle dimensioni, ma nell’ambizione che le animava: progetti curatoriali indipendenti capaci di dare nuova vita a spazi sottoutilizzati con proposte rigorose, inaspettate e vitali.

Lo stesso interesse per opere che si spingono oltre i formati consueti emerge nella sua lettura del mondo dell’arte nel 2026. Ai suoi occhi è un settore in transizione, ma anche animato da artisti e organizzatori che sperimentano nuovi modi di lavorare, incontrarsi e raggiungere il pubblico.

Per la nuova edizione di State of Art, Lemaitre parla delle mostre che continua ad avere in mente, della perturbante «Amphibian Palm» di Lesley-Anne Cao, degli artisti che inviterebbe a cena e del perché assegna al mondo dell’arte un B meno.

Anne-Laure Lemaitre curatrice State of Art HypeArt spotlight installazione mostra opera d’arte scultura pittura

‘wework (oralmoral),’ The Gallery, Brooklyn, 2026. Courtesy The Gallery. Photo: Anna K.e.

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‘wework (oralmoral),’ The Gallery, Brooklyn, 2026. Courtesy The Gallery. Photo: Anna K.e.

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‘wework (oralmoral),’ The Gallery, Brooklyn, 2026. Courtesy The Gallery. Photo: Anna K.e.

Anne-Laure Lemaitre curatrice State of Art HypeArt spotlight installazione mostra opera d’arte scultura pittura

‘wework (oralmoral),’ The Gallery, Brooklyn, 2026. Courtesy The Gallery. Photo: Anna K.e.

Anne-Laure Lemaitre curatrice State of Art HypeArt spotlight installazione mostra opera d’arte scultura pittura

‘wework (oralmoral),’ The Gallery, Brooklyn, 2026. Courtesy The Gallery. Photo: Anna K.e.



Qual è la mostra della prima metà dell’anno a cui non riesci proprio a smettere di pensare?

Ce ne sono diverse, ma ne citerò due. Sono molto diverse tra loro, ma si basano su un principio simile.

La prima è The Gallery’s WeWork (oralmoral), una collettiva in continua evoluzione curata da Florian Meisenberg in uno spazio per uffici vuoto a Brooklyn. Presentava opere concepite in risposta allo spazio di moltissimi artisti che stimo e adoro, tra cui Cato Ouyang, Craig Jun Lee, Kyle Clairmont Jacques, Shaina Tabak, Brian Oakes, Anna K.E., Fin Simonetti e Pol Morton. Metteva inoltre a disposizione degli artisti uno spazio di co-working gratuito ogni giorno, insieme a una programmazione in sede ampia, approfondita e acuta.

La seconda è Six Artists. Six Floors. Six Solo Exhibitions., il progetto con cui Gladwell Projects ha occupato sei piani di un edificio a Jersey City per organizzare mostre personali di Chunghee Yunm, Vamba Bility, Lisu Vega, Trevor Warren, Purvai Rai e Chiffon Thomas, uno dei miei preferiti. La qualità della mostra non aveva nulla da invidiare a quella delle grandi istituzioni. Sono davvero colpita da ciò che Christina Ine-Kimba Boyle è riuscita a organizzare da sola.

Le dimensioni e la portata di entrambe le iniziative erano davvero impressionanti. Hanno trasformato spazi vuoti nella sede di progetti curatoriali rigorosi, incisivi e dotati di una visione, e sono sembrate entrambe incredibilmente fresche in un mondo dell’arte che tutti paiono convinti sia in crisi.

C’è stata un’opera che quest’anno ti ha fatto provare qualcosa di autentico, o ti è sembrato tutto un po’ piatto?

Direi che «Amphibian Palm» di Lesley-Anne Cao mi ha decisamente colpita. L’opera presenta una serie di «libri» in vasche d’acqua, le cui pagine si sfogliano casualmente sott’acqua.

È un’opera di grande impatto visivo e perturbante, che richiama molteplici riflessioni su accessibilità, conoscenza, pregiudizi e presenza. È molto concettuale, eppure ipnotica ed emozionante. Lesley-Anne è il tipo di artista che mi fa venire voglia di innamorarmi di nuovo dell’arte.

Ho visto per la prima volta una versione dell’opera nelle Filippine, durante una fiera; poi, all’inizio di quest’estate, ne ho presentato un’altra versione a Città del Messico, da THIRD BORN.

Anne-Laure Lemaitre curatrice State of Art HypeArt spotlight installazione mostra opera d’arte scultura pittura

‘amphibian Palm’ by Lesley Anne Cao, Images Courtesy Of Third Born Photo by Asistenciaartistica

Anne-Laure Lemaitre curatrice State of Art HypeArt spotlight installazione mostra opera d’arte scultura pittura

‘amphibian Palm’ by Lesley Anne Cao, Images Courtesy Of Third Born Photo by Asistenciaartistica

Anne-Laure Lemaitre curatrice State of Art HypeArt spotlight installazione mostra opera d’arte scultura pittura

‘amphibian Palm’ by Lesley Anne Cao, Images Courtesy Of Third Born Photo by Asistenciaartistica

Anne-Laure Lemaitre curatrice State of Art HypeArt spotlight installazione mostra opera d’arte scultura pittura

‘amphibian Palm’ by Lesley Anne Cao, Images Courtesy Of Third Born Photo by Asistenciaartistica



«Mi piacerebbe vedere un sostegno più concreto e diretto alle iniziative, guidate dagli artisti o meno, che stanno trovando nuovi modi di esistere e di entrare in contatto con il proprio pubblico nel più ampio contesto attuale.»

Quale mostra hai già segnato in agenda per il resto dell’anno, e perché?

Di solito non pianifico troppo in anticipo ciò che potrei andare a vedere, né il perché. Tendo a essere molto impulsiva e mi organizzo man mano.

Se dovessi dare un voto in pagella al mondo dell’arte del 2026, quale sarebbe e perché?

Probabilmente un B meno. Vedo molta emulazione e sono curiosa di vedere come si evolverà, ma capisco anche che si tratta di una fase di transizione, con non poche difficoltà di crescita e confusione.

Qual è una tendenza nel mondo dell’arte che vorresti veder sparire e quale, invece, vorresti vedere di più?

Mi piacerebbe che commenti e analisi sullo stato del mondo dell’arte, sui suoi cambiamenti e sul loro possibile significato occupassero meno spazio nel dibattito sull’arte in generale.

Vorrei invece vedere un sostegno più concreto e diretto alle iniziative, guidate dagli artisti o meno, che stanno trovando nuovi modi di esistere e di entrare in contatto con il proprio pubblico nel più ampio contesto attuale.

Se dovessi riassumere il mondo dell’arte di oggi in esattamente tre parole, quali sceglieresti?

In trasformazione. Stimolante. Complesso.

Se potessi bere qualcosa o cenare stasera con un artista, vivo o morto, chi sceglieresti e qual è la prima domanda che gli faresti?

Cambia più o meno ogni giorno. La settimana scorsa avrei detto Öyvind Fahlström e gli avrei chiesto del modo in cui inseriva critica politica e sovversione nella sua pratica.

Prima di allora avrei potuto dire Derek Jarman, Ana Mendieta, Artemisia Gentileschi, Hélio Oiticica, Nam June Paik o tanti altri.

Tra gli artisti viventi, David Hammons, Rossella Biscotti, Emeka Ogboh o forse, oggi, Francis Alÿs. Gli chiederei come sia riuscito, ancora e ancora, a creare con gesti semplici spazi così potenti di attenzione ed emozione, quasi per magia.

Keith Estiler Managing Editor, Hypeart

Keith Estiler is a New York-born curator, writer, and the Managing Editor of Hypeart, the contemporary art arm of Hypebeast. Based in NYC, Keith heads up editorial strategy at the intersection of contemporary art and culture, capturing the icons and outliers of both the local and international scenes. He has curated exhibitions worldwide, dedicated to championing the emerging voices and subcultures currently redefining contemporary visual culture.

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