Ci sono alcune cose che sono sinonimo di Goya Gumbani: i mocassini, un cappello a tesa larga e il suo inconfondibile sound neo-soul e jazz. In continuità con il suo progetto precedente, Warlord Of Weejuns, che omaggia l’alias di Miles Davis e la sua passione per l’iconica silhouette G.H. Bass, Gumbani ha attinto ispirazione dai suoi viaggi per dare vita al sound del suo ultimo EP, Bean Pie.
Per l’artista e produttore nato a Brooklyn e cresciuto a South London, trarre spunto dalle proprie radici transatlantiche è un processo del tutto naturale. Dopo aver lavorato al suo ultimo progetto nell’ultimo anno, Gumbani ha condensato la sua storia in cinque brani, esplorando le sfide naturali della vita come veri e propri bivi, e affrontando quell’incertezza legata al prendere decisioni che trova la sua massima espressione nel brano centrale dell’EP, “Come Or Go”.
“Questo EP mi ha riportato alle origini. È stato bello tornare semplicemente a fare musica in libertà, con lo stesso amore, la stessa passione e la cura che mi avevano spinto a iniziare.”
L’ispirazione non gli manca mai: gli ambienti multiculturali in cui è cresciuto lo hanno esposto a mondi diversi che oggi plasmano la sua prospettiva. Le sue radici guyanesi e giamaicane sono parte integrante del suo modo di esprimersi come artista. Attribuisce il suo stile rastafariano alla famiglia, in particolare allo zio, che abbraccia la propria cultura con orgoglio nella vita di tutti i giorni. Basti pensare alla sua inconfondibile collezione di cappelli: le ispirazioni spaziano su un ampio spettro di influenze, dai brand londinesi come Nicholas Daley fino alle creazioni fatte a mano da un newyorkese che sferruzza cappelli su una panchina di Prospect Park. Audace e avventuroso nel suo approccio, Gumbani spinge continuamente oltre i confini sia del suono che dello stile, collezionando pezzi ricchi di significato che raccontano la sua personale narrazione visiva.
Proprio come quando si cucina senza seguire una ricetta, Gumbani ha costruito sulle fondamenta del suo lavoro precedente, integrando la libertà creativa di non dover realizzare un intero album. Ha sperimentato nuove tecniche ed esplorato ritmi più incalzanti, affascinato dalla musica house. Il flusso sonoro a cui si adatta Bean Pie è il risultato della sua apertura verso la sperimentazione di nuovi generi: imparare nuovi modi per raccontare storie è diventata un’esperienza preziosa per l’artista di base a Londra.
Hypebeast ha incontrato l’artista per parlare del suo ultimo progetto e di come questo rifletta il suo amore più autentico per la musica.
Hypebeast: Qual è l’ispirazione dietro il titolo dell’EP, Bean Pie?
Gumbani: Adoro i fagioli, da cui tra l’altro deriva il mio nome, e in quel periodo stavo cucinando un sacco di stufati e varietà diverse di legumi, quindi è nato tutto in modo naturale, senza che dovessi pensarci troppo.
In che modo crescere tra New York e il sud-est di Londra ha influenzato il tuo sound?
Le persone di cui mi circondo e l’incontro con individui dalle estrazioni più diverse hanno plasmato la mia musica. Oltre a capire come questi mondi individuali potessero fondersi per poi farli miei.
Bean Pie ha un ritmo decisamente più incalzante rispetto al tuo progetto precedente, Warlord of the Weejuns. Come mai hai scelto questa direzione per il nuovo disco?
Ho iniziato a lavorare a Bean Pie subito dopo aver finito Warlord of the Weejuns, buttando semplicemente un po’ di idee in pentola. Ascoltavo musica dal ritmo leggermente più veloce; scoprivo cose nuove cercando di ritagliarmi i miei spazi, ed era una sfida che avevo voglia di cogliere. Ad essere onesti, stavo solo facendo musica e Bean Pie è semplicemente ciò che ne è venuto fuori. È stato tutto molto spontaneo.
C’era un genere musicale in particolare che volevi approfondire in questo EP?
Ascoltavo molta musica house [music] e quando produttori e musicisti hanno iniziato a contattarmi, mi sono mostrato aperto all’idea. Ho iniziato a fare di più il DJ, a suonare più pezzi house, a studiare [the genre] e a capire come mixare. Ho trovato ispirazione in Moodymann, Peaven Everett, Louie Vega e Theo Parrish, oltre che in molta Afro house. Mi hanno fatto capire che il ritmo è ciò che tu decidi che sia.
“Come or Go” è il fulcro dell’EP. Cosa esplori attraverso questo brano?
“Come or Go” racconta la sensazione di trovarsi a un bivio e dover prendere una decisione senza sapere quale sia la scelta giusta. Sento che la vita ti mette davanti a tanti ostacoli, quindi questo brano rappresenta l’accettazione di non sapere quale sia la strada corretta, decidendo però di fare comunque un passo avanti.
Hai tratto ispirazione da luoghi diversi. Quali sono state le esperienze più significative che hanno influenzato il progetto?
“Come or Go” è stata scritta a New York e “Pretty Lady” a Saint-Tropez, mentre altre due canzoni sono nate a Nottingham. Mia madre è di Nottingham, quindi è un posto che occupa uno spazio speciale nel mio cuore. Si era trasferita a New York poco più che ventenne, perciò quando è tornata nel Regno Unito, ha scelto Londra. Cerco solo di assorbire l’ispirazione da tutto ciò che mi circonda, prendendomi il mio tempo. Anche uno dei produttori dell’album, Franky Bones, che ha lavorato a “Geronimo” e “Hold It Up”, è di Nottingham: per questo ogni gennaio, subito dopo Capodanno, torniamo lì e passiamo due settimane a fare musica nello studio di mio zio.
Sono andato in Giappone per girare il video musicale di “Come Or Go” ed è stato probabilmente il viaggio più illuminante della mia vita. Adoro collezionare abiti e action figure, e il Giappone si è rivelato un luogo surreale in questo senso. Per gran parte di quel viaggio sono stato da solo, riuscendo così a godermi a pieno tanto tempo in solitaria.
Il tuo stile attinge a piene mani dalle tue radici giamaicane e guyanesi. In quale altro modo il tuo retaggio culturale influenza la ricerca della tua identità?
È l’incarnazione di tutto ciò che sono, senza che debba nemmeno pensarci. I miei genitori mi hanno cresciuto in una comunità prevalentemente nera, per cui lo vivi e lo respiri tutti i giorni senza renderti conto di quanto ti ispiri. Sono cresciuto guardando film giamaicani come Rockers e The Harder They Come, e mio zio suonava in una band R&B punk negli anni ‘90. Si vestiva esattamente come mi vesto io ora, e io nemmeno lo sapevo. Quando ho iniziato a frequentarlo di più, mi diceva: “Una volta avevo un cappello così” oppure “Avevo i dreadlock”. La mia famiglia è profondamente legata alla cultura rastafariana: crescendo a stretto contatto con questa realtà, diventa inevitabilmente la tua identità senza sforzarsi di cercarla.
Cosa o chi ispira maggiormente le tue scelte di stile?
È un qualcosa che si è evoluto nel corso degli anni. Mi vesto in base al mio umore, decidendo giorno per giorno a seconda di come mi sento quando mi sveglio o del personaggio che voglio incarnare in quel momento. Guardo persone come Gregory Isaacs e penso: “Mio Dio, il suo stile è così semplice eppure d’impatto”. Guardo Miles Davis e in alcuni giorni mi viene voglia di indossare abiti sartoriali o denim giapponese. Ci sono così tante fonti di ispirazione, come i pittori francesi degli anni ‘40 con i loro pantaloni da lavoro. È un po’ un mix, un buttare insieme cose diverse ogni giorno. Sotto questo punto di vista sono come una spugna, e preferisco anche indossare capi che magari altri non metterebbero. Mi diverte osare.
Il brano di chiusura, “Pretty Lady” in collaborazione con Salimata, si apre con una riflessione sull’importanza di vestirsi bene. Quali sono gli elementi irrinunciabili del tuo guardaroba? Hai qualche brand preferito?
In questo momento il mio capo di riferimento è la giacca in denim. Indosso sempre un paio di mocassini e qualche tipo di cappello a tesa larga. Mi piace molto Nicholas Daley perché realizza alcuni dei miei cappelli preferiti, e compro un sacco di articoli fatti a mano che non provengono da [big] nessun brand. C’è questo ragazzo a Brooklyn che se ne sta tutto il giorno seduto su una panchina a Prospect Park a sferruzzare cappelli di ogni colore. Mi piace rivolgermi a persone così. Anche lui è un rasta e quello è semplicemente il suo lavoro.
Cosa speri che gli ascoltatori traggano da questo progetto?
Cerco di non pensarci. Voglio solo essere molto intenzionale fin dall’inizio. Ma ciò che ha rappresentato per me è qualcosa di davvero bellissimo, quindi sono piuttosto curioso di scoprire, in modo del tutto naturale, che effetto farà agli altri. [This EP] Mi ha riportato alle basi, perché in passato ho realizzato molti EP da cinque, sette o otto brani, mentre il mio ultimo lavoro era un album completo. È stato davvero bello tornare semplicemente a fare musica in libertà, con lo stesso amore, la stessa passione e la cura che mi avevano spinto a iniziare. Ne sono immensamente grato.
Dai un’occhiata alle immagini nella gallery qui sopra e visita il profilo Instagram di Goya Gumbani per scoprire di più.