Sommario
A Pacific Line di Teruko Yokoi segna la sua prima mostra personale a Los Angeles da oltre quarant'anni.
L'esposizione ripercorre la sua evoluzione dalla figurazione all'astrazione.
Le opere spaziano dal 1954 al 2005, creando un ponte tra l'estetica giapponese e il modernismo occidentale del dopoguerra.
L’arte di Teruko Yokoi, che abbraccia interi decenni, torna a Los Angeles con A Pacific Line, una nuova mostra alla James Fuentes Gallery che ripercorre il singolare cammino della pittrice nippo-svizzera attraverso l’astrazione del dopoguerra. Questa retrospettiva, la sua prima personale in città da oltre quarant’anni, assume un significato particolare sulla West Coast: la Yokoi arrivò negli Stati Uniti in nave nel 1954, poco dopo la fine dell’occupazione americana in Giappone, per poi iscriversi alla California School of Fine Arts di San Francisco. Quella scelta indipendente segnò l’inizio di una carriera plasmata da continui spostamenti tra Giappone, Stati Uniti, Francia e Svizzera, sempre refrattaria a facili etichette di scuole o movimenti. Riunendo opere realizzate tra il 1954 e il 2005, A Pacific Line si propone come un dialogo ininterrotto tra l’estetica tradizionale giapponese e il modernismo occidentale del dopoguerra.
I primi anni di Yokoi negli Stati Uniti segnarono un passaggio decisivo dalla figurazione a quell’astrazione profondamente personale che avrebbe poi definito tutta la sua opera. “Pose” (1954) conserva ancora i contorni di una figura umana seduta, ma il corpo inizia già a dissolversi in campiture di arancione, grigio e marrone, anticipando quel suo approccio sempre più ritmico a forma e colore.
Dopo essersi trasferita a New York nel 1955, studiò con Hans Hofmann, frequentò la Art Students League e si mosse in circoli che includevano Joan Mitchell, Kenzo Okada e Mark Rothko, vivendo per un periodo al Chelsea Hotel con il pittore Sam Francis. Tuttavia, il suo lavoro si mantenne ben distinto dal linguaggio dominante dell’Espressionismo astratto. Dipinti come “Shizen–Natur” del 1960, con il suo fondo verde profondo, le forme blu sature e le striature rosse e bianche, rivelano un vocabolario fondato tanto sulla calligrafia giapponese, sugli haiku e sull’osservazione della natura quanto sull’astrazione gestuale. La stessa Yokoi descriveva i suoi quadri come “poesie scritte a colori”, un’inclinazione che affondava le radici nelle passeggiate infantili tra i paesaggi del fiume Kiso e nelle prime lezioni di calligrafia e poesia ricevute dal padre.
La mostra segue anche l’evoluzione materica di Yokoi dopo il suo trasferimento definitivo a Berna nel 1962, dove ha mantenuto una pratica di studio straordinariamente rigorosa fino alla sua scomparsa nel 2020. Opere come “Herbstwald” (1965) e “Lauschen II (Nocturne)” (1969) utilizzano formati verticali allungati e campiture concentrate di rosso, nero e blu per trasformare il paesaggio in qualcosa di atmosferico e quasi musicale, mentre i lavori successivi esplorano in misura sempre maggiore l’uso della carta e della tempera all’uovo.
A metà degli anni ‘70, Yokoi aveva fatto pienamente suo questo mezzo espressivo così esigente, finendo per incorporare pigmenti miscelati a mano, minerali perlescenti ed elementi metallici in grado di mutare a seconda della luce e della posizione dell’osservatore. Il dittico “Ohne Titel” del 1993, per esempio, espande questo approccio attraverso campi luminosi di giallo, blu, verde e argento, pur conservando le linee calligrafiche e i ritmi naturali che legano i suoi primi e ultimi dipinti. Organizzata in collaborazione con Emerald Room | Emerald Editions e Kent Fine Art, Teruko Yokoi: A Pacific Line è visitabile presso la James Fuentes Gallery, al 5015 di Melrose Avenue a Los Angeles, fino al 7 novembre 2026.