Un viaggio tra i “Korean Treasures” con Audrey Nuna
La musicista e star di “KPop Demon Hunters” racconta la nuova mostra dello Smithsonian che ripercorre l’eredità artistica della Corea.
Da quando hallyuha conquistato la scena globale, l’impronta creativa della Corea del Sud è ovunque. Dal boom del cinema coreano e del K-pop alla Gwangju Biennale, per chi ha un’anima più da intenditore d’arte, questo cosiddetto soft power ha dimostrato una raffinatezza su tutti i fronti culturali. Al National Museum of Asian Art dello Smithsonian, una nuova mostra riavvolge il tempo per raccontare l’evoluzione artistica che ha reso possibile questo momento.
Korean Treasures: Collected, Cherished, Shared segna la prima grande mostra negli Stati Uniti di opere provenienti dalla celebre collezione di Lee Kun-Hee, il tesoro di 23.000 pezzi messo insieme nell’arco di sette decenni dal compianto presidente di Samsung. Con oltre 200 opere esposte, tra cui 14 dichiarate National Treasures, il percorso offre uno sguardo raro su una delle più importanti collezioni private d’arte in Asia e, con la K-culture ai massimi storici, arriva in un momento semplicemente perfetto.
«La cultura coreana non è mai stata così popolare», ha raccontato Audrey Nuna a Hypebeast, ripensando a una recente visita alla mostra. Punto fermo della musica coreano-americana, l’artista nata nel New Jersey è approdata da poco sotto i riflettori del cinema e, nello spirito del suo film d’esordio, KPop Demon Hunters, sottolinea quanto sia fondamentale onorare la storia mentre si ragiona sul presente.
Abbracciando 1.500 anni di arte coreana, la mostra riunisce di tutto: dalle antiche sculture buddhiste alle ceramiche della dinastia Goryeo, dai testi sacri agli arredi dell’epoca Joseon, fino a opere chiave di maestri moderni come Lee Ungno e Kim Whanki. Articolata in dieci gallerie tematiche, invece che cronologiche, l’esposizione mette in scena un dialogo attraverso i secoli, mentre cambiamenti e differenze di stile, potere, credo e tecnologia danno vita a un linguaggio visivo assolutamente unico. «Chiunque entri sentirà l’emozione», continua Nuna. «Mi fa pensare alla nostra linea genealogica e al progresso che, come popolo, siamo stati abbastanza fortunati e forti da conquistare.»
Oltre alla classica raffinatezza storica e a un’eleganza da palazzo — come un libro stampato a blocchi nel 1459 che documenta i primi usi dell’hangul, l’alfabeto coreano creato dal re Sejong solo pochi anni prima — la mostra affina il discorso sulla rappresentazione. Nel monumentale “Clearing after Rain on Mount Inwant” (1751), ad esempio, l’artista Jeong Seon dipinge un paesaggio vissuto, una rarità per l’epoca, inaugurando la tradizione del “true view” che ancora la pittura coreana alla realtà invece che a un ideale immaginario.
Altrove, raffinati arredi in legno della dinastia Joseon spostano lo sguardo sulla sfera domestica. Oltre all’artigianalità impeccabile e alle venature del legno così espressive, questi oggetti mettono al centro la vita così com’era vissuta e, di riflesso, storie trasversali alle linee di genere rimaste troppo a lungo in ombra. «Continuavo a pensare a come le donne avessero dato tutto. I loro nomi, i loro volti, le loro storie non sono mai stati davvero ascoltati.» Nuna ricorda un primo ritratto di una donna firmato Chae Yongsin che l’ha commossa fino alle lacrime. «Portare quella storia a un pubblico mainstream mi sembra incredibilmente potente.»
«Certo, ci sono aspetti attraenti in ogni cultura, ma è altrettanto importante capirne la storia, il dolore e quanto lungo sia stato il viaggio.»
Altre opere possono risultare improvvisamente familiari grazie a certi momenti mediatici, come KPop Demon Hunters. Il paravento a sei pannelli “Sun, Moon, and Five Peaks”, che compare nel film, incarna forse al meglio la portata di Korean Treasures: un viaggio nel passato che intercetta le curiosità contemporanee intorno a questa cultura.
«Certo, ci sono aspetti attraenti in ogni cultura, ma è altrettanto importante capirne la storia, il dolore e quanto lungo sia stato il viaggio.» Nuna indica la trama emotiva che, ai suoi occhi, continua a collegare artisti attraverso linguaggi e secoli diversi: han, un sentimento di resilienza, lutto e resistenza al cuore dell’identità coreana. Che si tratti di capolavori antichi o di esponenti dell’underground creativo di Seoul, «è sempre pazzesco vedere artisti di talento seguire la propria visione», osserva, «ed esprimerla in modi sempre diversi.»
Korean Treasures è attualmente visitabile fino al 1° febbraio 2026. Dopo la tappa a Washington D.C., la collezione volerà all’Art Institute of Chicago dal 7 marzo al 5 luglio, per poi approdare al British Museum in autunno.
Smithsonian National Museum of Asian Art
1050 Independence Ave SW,
Washington, DC 20004

















