Come ‘Dorohedoro’ trasforma maschere grottesche in ritratti psicologici geniali
Entra nel dark fantasy di Q Hayashida, dove un’angosciante maschera di pelle diventa la massima espressione dei traumi interiori.
Nel regno della dark fantasy contemporanea, l’universo creato da Q Hayashida, Dorohedoro è una presenza davvero unica. Dalla sua prima uscita anime, nel gennaio 2020, la serie ha conquistato un seguito di culto, stregato dalla sua premessa eccentrica, dalla trama imprevedibile e da un’estetica sfacciatamente freak.
Se JoJo’s Bizarre Adventure è l’anime che abbraccia con orgoglio l’eccentricità e Chainsaw Man è un cupo studio dei personaggi nascosto sotto la patina di azione esplosiva e momenti di comicità catartica, Dorohedoro è tutto questo — ma raccontato con un fascino stilistico assolutamente personale. Il merito va in gran parte allo stile grafico inconfondibile di Q Hayashida: un caos controllato di ruvidità industriale, umorismo assurdo e un linguaggio visivo che sembra a metà tra una fanzine punk anni ’90 e il taccuino di un artista dell’underground industriale. Questa visione ruvida prende vita sullo schermo grazie a MAPPA, l’acclamato studio dietro Jujutsu Kaisen, Hell’s Paradise e Chainsaw Man.
Per chi si avvicina per la prima volta, Dorohedoro è, in fondo, una storia sull’identità. Tuttavia, questa identità raramente si trova nei veri volti dei personaggi; piuttosto, si riflette attraverso le loro maschere. Sotto questi volti bizzarri e spesso terrificanti si nasconde uno dei più grandi punti di forza della serie: il suo cast eccentrico. Che si tratti di un amnesico dalla testa di lucertola come Caiman, di un sicario che indossa un cuore come Shin, di un demone imponente come Noi o di una mezza tacca come Fujita, i personaggi sono costruiti per sembrare persone reali alle prese con i propri traumi in un ambiente ostile. Spesso hanno personalità sorprendentemente riconoscibili, persino adorabili, in netto contrasto con la carneficina che provocano.
Nel mondo di Dorohedoro, la vita è divisa tra The Hole – una distesa urbana desolata e piovosa abitata dagli umani – e il Sorcerer’s World, una dimensione alternativa vibrante ma pericolosa. Uno degli elementi più affascinanti di questo universo è la scelta delle coperture del volto da parte dei personaggi. Nel Sorcerer’s World, una maschera è molto più di una scelta estetica o di un semplice accessorio: è una necessità anatomica, un distintivo sociale e un’impronta spirituale.
Spesso realizzate da demoni specializzati nella creazione di maschere, queste coperture svolgono una funzione fisiologica essenziale, fungendo da condotti e stabilizzatori per il “fumo” dei maghi, la sostanza simile a fuliggine che alimenta la loro magia. Senza maschera, i poteri di un utilizzatore di magia risultano spesso instabili o indeboliti. Inoltre, il design di queste maschere è raramente casuale: riflette la psiche interiore di chi le indossa e la sua posizione nella spietata gerarchia sociale del loro mondo. Mentre ci prepariamo a tornare in The Hole con il debutto della seconda stagione questa settimana, analizziamo come queste maschere bizzarre definiscano l’anima delle figure più iconiche della serie.
Shin: il cuore anatomico al contrario
Shin, l’“addetto alle pulizie” d’élite della potente En Family, sfoggia forse la maschera più iconica della serie: un cuore umano iperrealistico, anatomicamente corretto. Dettaglio fondamentale: la indossa al contrario, con ventricoli e arterie che sporgono verso la nuca. La maschera di Shin è un richiamo viscerale alle sue origini e al suo potere magico, la terrificante abilità di dissezionare esseri viventi senza ucciderli. Il cuore incarna il nucleo più crudo e sanguinolento della vita, riflettendo alla perfezione la sua precisione chirurgica.
Tuttavia, il fatto che lo indossi al contrario è una scelta profondamente personale. È un rimando alle sue origini in The Hole, dove la sua prima maschera improvvisata era un semplice sacchetto di carta con due fori per gli occhi. Girando il cuore all’indietro, Shin mette in scena una sovversione della natura: è un uomo forgiato nella violenza che esibisce all’esterno il proprio trauma interiore. Il design invertito può essere letto anche come una forma sottile di ribellione contro il suo capo, En. Pur essendo un membro leale della “famiglia”, Shin resta un individuo definito dal proprio passato, non solo dal marchio del suo datore di lavoro.
Noi: un’anima guaritrice dietro una terrificante gimp mask
Noi, partner di Shin e vera forza della natura all’interno della En Family, con il suo fisico possente e l’altezza imponente indossa una maschera in pelle stile gimp, dal ghigno seghettato, che amplifica la sua aura minacciosa. Il design sembra attingere anche all’immaginario delle maschere da lucha libre messicana, rielaborato però in una palette di blu scuro e toni indaco.
Simbolicamente, la sua classica maschera da film horror sembra essere una corazza protettiva per il suo più grande “difetto”: la gentilezza, in costante attrito con la natura antagonista della sua organizzazione. La gimp mask le permette di muoversi in un mondo di assassini come una figura mostruosa, anche se il suo vero io è una fonte di cura e guarigione per gli amici. Questo contrasto mette in luce uno dei temi centrali della serie: in un mondo così brutale, spesso è proprio una maschera spaventosa a consentire a un’anima buona di sopravvivere.
Fujita: la maschera low-cost dell’uomo qualunque
Fujita occupa uno spazio particolare come “uomo qualunque” della En Family. La sua maschera è un semplice modello dal naso lungo che richiama il tradizionale Tengu o il becco di un uccello, tracciando al contempo paralleli estetici con l’iconica maschera indossata da Chris Fehn degli Slipknot. Pur essendo stata aggiornata più volte nel corso degli anni, la maschera di Fehn ha mantenuto i suoi tratti distintivi: una silhouette alla Pinocchio con pesanti cuciture e una zip a chiudere la bocca.
A differenza dei volti demoniaci elaborati e su misura dei suoi colleghi, la maschera di Fujita è un prodotto industriale, comprato in negozio. Questa scelta mette in risalto il suo status di mago poco potente che fatica a trovare un posto in un mondo che premia la forza bruta. In origine l’ha scelta solo per sembrare più intimidatorio e spaventoso, con quel naso lungo e appuntito che crea una silhouette goffa e incarna il suo ruolo di “scout” o “osservatore” perenne, sempre a ficcare il naso in affari ben oltre il suo livello di potere. In definitiva, è la maschera di un uomo che nasconde il lutto e la paura di non essere all’altezza dietro un volto comico e da discount.
Il paradosso di Caiman: la maschera biologica
Se i maghi scelgono il proprio volto, il protagonista Caiman vive intrappolato in uno che non può togliersi. Caiman è un umano colpito da una maledizione che lo ha lasciato con la testa di una lucertola gigante e una completa amnesia. Pur non essendo una “maschera” nel senso tradizionale di pelle e borchie, la testa rettiliana di Caiman funziona come una barriera biologica. È la sua principale difesa – lo rende totalmente immune alla magia – ma anche il suo fardello più grande.
Per Caiman, il suo volto di lucertola è una “maschera” attraverso cui deve muoversi nel mondo mentre cerca l’uomo che vive nella sua bocca (letteralmente). È un personaggio definito dall’assenza del suo vero volto, che ribalta il tema della serie dell’“identità attraverso il design”. Mentre gli altri indossano maschere per ottenere potere, Caiman è prigioniero di una maschera che gli ha strappato l’identità, lasciandogli solo una fame insaziabile di gyoza e di verità.
Attraverso queste maschere, lo spettatore arriva a capire che in Dorohedoro. le apparenze sono volutamente ingannevoli. Forse sotto il volto di un cupo mietitore si nascondono qualità dolci e rassicuranti. In definitiva, è la maschera a raccontare la vera storia di un personaggio. Con l’attesissima seconda stagione in arrivo questa settimana, è il momento di tornare in The Hole per nuove avventure.

















