Il gioco dell’impero nell’aldilà ludico di “I, Pet Lion” di Mohamed Monaiseer
Come l’artista del Cairo fonde guerra e fantasia nei suoi tabelloni da gioco vintage.
Finché l’arte ci ha raccontato una storia di bellezza, ci ha anche’raccontato una storia di potere. L’artista egiziano Mohamed Monaiseeraffonda le sue radici in questa dualità nella serie “I, the Pet Lion”, presentata di recente insieme alla galleria con sede al Cairo Gypsum Gallery ad Art Basel Qatar, esplorando come la storia coloniale si insinui in oggetti ludici “seducenti ma subdoli”. Pur essendo scintillanti, regali e fiabeschi, i lavori di Monaiseer non’puntano ad ammorbidire gli spigoli del potere, ma a svelare come le estetiche del dominio si travestano persino nei nostri rituali più inconsapevoli.
Monaiseer segue le tracce di come il linguaggio del conflitto si innesti in ciò che intendiamo per gioco — se la guerra è un gioco, allora le persone ne sono le pedine. Scacchiere e set di Ludo sono appesi accanto a scudi e stendardi popolati di creature mitiche, evocando reliquie d’infanzia e, al contempo, abbattendo i confini tra fantasia e guerra. Il leone incarna al meglio questa contraddizione, insieme protettore e predatore, riflettendo il modo in cui il potere si presenta come rassicurante pur restando intrinsecamente violento.
In un’affascinante combinazione di pittura, ricamo e appliqué khayamiya, l’artista attinge ai gesti ripetitivi e meditativi dell’arte islamica, interrompendo però sapientemente la precisione: bordi sfrangiati e leggere asimmetrie incrinano l’illusione di ordine, rivelando le crepe nei sistemi che si fregiano del proprio controllo. Sulla scia di Art Basel Qatar, abbiamo parlato con Monaiseer di “I, the Pet Lion” e delle molte facce del potere. Continua a leggere per l’intervista completa
Come descriveresti la tua pratica artistica?
È’difficile definire la mia pratica: ogni progetto nasce come un’esplorazione diversa. Parto dal desiderio di comprendere gli eventi e le condizioni che mi circondano, e poi cerco il linguaggio visivo più adatto per tradurre quella prospettiva in una forma tangibile.
Quali sono state alcune delle tue prime influenze e come ti hanno portato ai temi centrali su cui ti concentri oggi?
Ho iniziato concentrandomi sulla materialità e sul decadimento. Ero affascinato dagli effetti trasformativi del tempo su oggetti e opere, e ho cercato di distillare quel processo nel mio lavoro. Questa attenzione resta centrale ancora oggi: molte delle mie opere portano con sé un senso di età, erosione e storia accumulata.
Parlami di “I, the Pet Lion”. Come è nato questo gruppo di lavori?
Il progetto è iniziato dopo la mia prima visita in Inghilterra, quando ho avvertito una tensione tra l’ammirazione per ciò che ho vissuto lì e la consapevolezza delle storie coloniali che lo hanno reso possibile — storie legate allo sfruttamento, all’estrazione e ai loro effetti persistenti sul mio stesso contesto.
“I, Pet Lion” analizza come i sistemi contemporanei normalizzino il potere imperiale e plasmino la coscienza collettiva. Riflette su come autorità, appartenenza e sottomissione vengano inculcate, spesso a partire dall’infanzia, e su come violenza e dominio possano travestirsi da legittimità o protezione. L’opera affronta il modo in cui l’occupazione distorce l’identità culturale e intrappola le società tra un passato espropriato e un presente compromesso. Considera come gli individui vengano ridotti a strumenti all’interno di più ampie strutture politiche ed economiche e come cicli di distruzione e ricostruzione vengano costruiti per mantenere il controllo.
Esploro queste idee attraverso metafore come il gioco e il giocare. I giochi dell’infanzia rispecchiano i sistemi degli adulti: Ludo diventa una metafora condensata dell’espansione coloniale, mentre gli scacchi evocano strategia e guerra.
“Ogni tessuto custodisce una memoria sospesa tra tenerezza e brutalità.”
Come utilizzi l’artigianato e il tessile come mezzi per esprimere la memoria collettiva o personale?
L’arte è un linguaggio visivo costruito attraverso strumenti e saper fare, che siano artigianali o industriali. L’artigianato manuale porta con sé un’energia umana — man mano che si affievolisce, svaniscono le tracce di umanità. Integro il lavoro artigianale per preservare quella presenza e riflettere su come la meccanizzazione l’abbia gradualmente soppiantata.
I tessuti, in particolare, mi interessano per la loro intimità con il corpo. Esistono in spazi di cura e protezione — abiti, lenzuola, interni domestici — ma anche all’interno della violenza, come rivestimenti per macchinari militari. Ogni tessuto custodisce una memoria sospesa tra tenerezza e brutalità.
Puoi spiegare la tua scelta degli animali in queste opere e come incarnino la dualità tra controllo e gioco?
Gli animali sono potenti riflessi della condizione umana, negli istinti, nelle emozioni e nei comportamenti. Ci ricordano che, sotto la retorica della civiltà, restiamo governati da strutture primarie di dominio e sopravvivenza.
Questo si collega alla mia esplorazione del controllo e del gioco. Come nei giochi da tavolo quali Ludo o gli scacchi, i sistemi simbolici del gioco rivelano strutture più profonde di potere, strategia e sottomissione. Modellano il pensiero mentre ne celano le conseguenze, operando con un’ambiguità seducente ma pericolosa.
Che cosa speri che il pubblico si porti via?
Spero che chi guarda riconosca l’arte come un linguaggio a sé. Voglio che il lavoro entri in dialogo con questioni umane reali, e non esista soltanto come puro piacere visivo. Ogni pezzo nasce da anni di studio e pratica, e spero che venga accolto con la stessa serietà, aprendo uno spazio per nuovi modi di vedere e di comprendere.

















