Antony Gormley: la scultura come antidoto a un mondo distratto
«L’arte deve giocare la partita della distrazione o dello spettacolo».
In un’intervista esclusiva, l’artista britannico Antony Gormley ha definito la sua ampia retrospettiva al Nasher Sculpture Center un dialogo consapevole con una città costruita per la velocità. Le sue opere sono un contrappunto filosofico a un mondo dominato da un impeto incessante al fare, più che al semplice essere.
Gormley, considerato uno dei più influenti scultori della sua generazione, è celebre per opere pubbliche su larga scala come Angel of the North in Inghilterra ed Event Horizon, che ha disseminato calchi a grandezza naturale del suo corpo lungo gli skyline di città da Londra a Hong Kong. Dall’inizio degli anni Ottanta la sua ricerca ruota intorno alla forma umana, materia e al tempo stesso metafora, ponendo il corpo come contenitore di coscienza e testimonianza di un’esistenza condivisa.
Ha aperto la conversazione descrivendo Dallas in termini schietti. Ha osservato che qui «il motore è portare a termine le cose e fare affari», definendola una «città transazionale». Le sue sculture, spiega, sono l’antidoto a questo moto incessante, un invito a fermarsi e riflettere. Il Nasher, afferma, è l’eccezione: un «leader mondiale per il suo impegno verso la scultura», un luogo dove il visitatore può «prendersi il tempo per non distrarsi».
«Nell’economia dell’attenzione, in cui tutti reclamano la tua, l’arte è costretta a giocare la partita della distrazione o dello spettacolo.»
Il dialogo con la città non si limita alle sale del museo. In occasione della mostra, Gormley ha collaborato con il Nasher per collocare le sue sculture iconiche sugli edifici dell’Arts District, un gesto che sottolinea l’impegno pubblico di Dallas verso l’arte. Per Gormley è una forma di partecipazione civica: queste opere si confrontano direttamente con l’architettura urbana, mettendo in discussione l’idea che un edificio sia soltanto un servizio e aggiungendo una dimensione umana allo skyline. Così la città si trasforma in una mostra a cielo aperto e la sua arte diventa parte della routine quotidiana.
La sua ricerca è guidata da un’idea tanto semplice quanto profonda: rendere estraneo ciò che ci è familiare. Lo dimostra una delle sue prime opere, My Clothes, realizzata con l’intero suo guardaroba tagliato a metà e fissato a una parete. «I nostri abiti sono probabilmente l’elemento più importante con cui veniamo identificati», ha spiegato, sottolineando che il suo intento è trasformare l’oggetto «per renderlo eloquente».
In definitiva il corpo è il vero protagonista del lavoro di Gormley. L’artista vuole utilizzare la «percezione sensoriale immediata dell’essere in un corpo» come strumento di consapevolezza, un concetto filosofico influenzato dalla sua pratica buddhista. In un mondo in cui «tutti reclamano la tua attenzione», sostiene che l’arte debba giocare la partita della «distrazione o dello spettacolo». Ma le sue sculture indicano un’altra via: non sono semplici oggetti da guardare, bensì specchi o campi di prova in cui lo spettatore può fare i conti con la propria esistenza.
La retrospettiva su Antony Gormley è visitabile al Nasher Sculpture Center fino al 4 gennaio 2026.
Nasher Sculpture Center
2001 Flora St.
Dallas, TX 75201



















