Gli Oasis vivranno per sempre
Alla tappa di Tokyo del loro Live ‘25, la band ha celebrato un ritorno epocale con una performance trionfale e magistrale di due ore.
L’ultima volta che gli Oasis hanno calcato un palco in Giappone risale al Fuji Rock Festival, nel luglio del 2009. Quella performance al Naeba Ski Resort fu uno spettacolo monumentale, ad altissimo voltaggio, che riaffermò lo status leggendario della band, sebbene gli equilibri interni fossero già tesi. La rivalità fraterna tra Liam e Noel Gallagher era al culmine, e questo lo sapevano bene giornalisti e fan. Appena un mese dopo, scoppiò una lite furibonda nel backstage, poco prima del loro set da headliner al Rock en Seine di Parigi. Il concerto fu annullato all’ultimo minuto e la tensione, ormai ribollente, esplose, suggellando l’esito peggiore: gli Oasis erano ufficialmente finiti.
Sono seguiti sedici lunghi anni. I fratelli Gallagher hanno intrapreso carriere separate e di successo, mentre qualsiasi discorso su una reunion degli Oasis veniva rapidamente, e spesso con acrimonia, liquidato da Liam, da Noel e da una fanbase provata da anni. La faida restava latente come una faglia geologica, la cui presenza si avvertiva di continuo attraverso un profluvio di reciproche pubbliche invettive e stoccate sui social. Ogni voce di reunion poco fondata finiva immancabilmente per dissolversi.
Bisogna arrivare all’annuncio ufficiale del tour di reunion “Oasis Live ‘25”, nell’agosto 2024, perché l’impossibile sembrasse a portata di mano. Eppure, anche allora, quell’annuncio era pervaso da un’incredulità quasi mitica. Lo scetticismo dilagava; c’era chi metteva persino in dubbio che i fratelli fossero davvero nella stessa stanza per gli scatti promozionali (fonti hanno confermato che sì, lo erano). Abbiamo aspettato con il fiato sospeso. Il debutto è andato in scena senza intoppi, seguito dal secondo, dal terzo e dal quarto. Le settimane si sono trasformate in una clamorosa conferma: la reunion non solo stava accadendo, ma veniva salutata come uno dei ritorni più sensazionali nella storia del rock. La domanda che il mondo intero si poneva — “La reunion degli Oasis sta davvero accadendo?” — ha trovato risposta nella presenza unita e trionfante dei Gallagher.
L’atmosfera fuori dal Tokyo Dome era elettrica, con l’arena che si riempiva in fretta per la prima delle due date giapponesi della band. Essendo l’unica tappa asiatica, i biglietti erano merce rarissima. I pochi fortunati sono arrivati sfoggiando merch, dalle T-shirt del tour ai pezzi dell’ambitissima collaborazione con adidas. Gli Asian Kung-Fu Generation, in apertura, hanno scaldato a dovere la platea, consegnando un solido set da 30 minuti. Poi, puntuali, le luci della sala si sono spente. L’intro viscerale e pesantissima di “F**kin’ in the Bushes” ha squarciato i colossali altoparlanti, catapultando all’istante le decine di migliaia di fan in un delirio frenetico.
Le due ore degli Oasis sono state una masterclass di timing, bilanciando con meticolosa cura i loro più grandi successi mainstream con B-side di culto amatissime dai fan. Il pubblico, un mosaico di età e generi, era unito, e cantava ogni singola parola verso il palco. Come un ingranaggio ben oliato, gli Oasis sono rientrati immediatamente nel groove, suonando meno come una band rimasta separata per quasi due decenni e più come una delle formazioni più affiatate al mondo. La loro intesa sul palco era palpabile, crepitava dell’intensità che ha definito l’apice del Britpop (anche con la rispettabile sostituzione di Mike Moore al posto dello storico chitarrista Paul “Bonehead” Arthurs). Entrambi, Liam e Noel — il primo dei quali avevo visto più volte da solista — erano evidentemente in forma musicale smagliante.
Il flusso impeccabile del set spingeva di continuo l’adrenalina del pubblico al limite, per poi riportarla indietro con maestria. I passaggi di testimone al microfono tra i fratelli erano calibrati quasi alla perfezione, con Noel a prendersi la scena per i brani acustici dal forte impatto emotivo come “Talk Tonight,” “Half The World Away” e “Little By Little.” Nell’arena si percepiva una consapevolezza profonda e condivisa: era un momento storico, da una volta per generazione. Questo scambio di energia ha toccato l’apice quando Noel, con un gesto della chitarra, ha offerto il microfono al pubblico per il primo ritornello di “Don’t Look Back in Anger.” Il boato corale che ne è scaturito, riverberando in eco, è stato — e lo dico senza iperbole — puro incanto.
Due ore incandescenti più tardi, gli accordi finali e ascendenti di “Champagne Supernova” si sono dissolti sopra il Tokyo Dome. Liam, in un ultimo guizzo della sua spavalderia, ha provato a bilanciare maracas e tamburello sulla testa. Poi si è avvicinato a Noel con passo sornione e i due si sono scambiati una risata spontanea e un abbraccio, mentre gli strumenti cadevano rumorosamente a terra. Liam ha dato una pacca affettuosa sul fondoschiena del fratello e il pubblico è esploso in un ultimo, assordante boato alla sola vista di questo ritrovato affetto fraterno. La notte è sembrata quasi catartica, come un abbagliante ribaltamento del ricordo fratturato degli ultimi mesi della band nel 2009. Come l’hanno sintetizzato al meglio proprio in apertura, con “Hello”: è bello essere tornati.

















